lunedì 14 settembre 2009

Ultime tappe: lo stato di Oaxaca e Citta' del Messico

Ciao a tutti!

Vi scrivo quando ormai da qualche tempo ho raggiunto la capitale, Citta' del Messico, ma i primi giorni, qui, sono stati talmente pieni che non ho mai trovato il tempo per raccontare delle ultime tappe del viaggio: Puerto Angel e Oaxaca, entrambe nello stato di Oaxaca, nella parte sud occidentale del Messico.

Dopo il freddo e la pioggia di San Cristobal, ho pensato che una giornatina di mare non mi avrebbe fatto male e, considerando che tutti mi hanno parlato molto bene della costa pacifica dello stato di Oaxaca, in cui non ero mai stato, una piccola deviazione ci stava tutta. Cosi', per la prima (e ultima) volta, mi sono imbarcato su un lussuoso autobus di prima classe (nonostante le mie disperate ricercate, non ho trovato nulla di meno costoso..) alla volta di Puerto Angel. Il viaggio in prima classe e' stato un vero paradiso: le poltrone erano piu' comode di quelle di casa, mi sono visto due superfilmoni nelle undici lunghe ore di viaggio e, a differenza degli altri pullman presi nel corso del viaggio, questo disponeva di sospensioni e di un autista conscio di guidare un pullman, visto che, in genere, quelli dei bus piu' sgrausi sono piloti di formula uno mancati e come tali conducono i loro malandati mezzi.

Dopo una notte veramente rilassante, all'alba sono a Pochutla dove, condividendo il sedile anteriore con uno sconosciuto su uno dei soliti, strapieni taxi collettivi (Puerto Angel e' talmente minuscola da non avere nemmeno una stazione degli autobus..), raggiungo questa deliziosa cittadina di pescatori che si affaccia su una piccola baia del pacifico. Pensavo di svaccarmi in spiaggia e non muovere un dito, invece mi faccio subito tirare in mezzo a fare un'escursione in motoscafo lungo la costa a caccia (metaforica..) di tartarughe e delfini. Purtroppo, dei cetacei nessuna traccia, mentre siamo riusciti a molestare una coppia di grosse tartarughe, gioiosamente intente nel sacro atto della riproduzione e costrette alla fuga dal rombo del motoscafo e dalla luce dei flash. Che guastafeste, noi turisti.. Dopo aver turbato l'intimati dei due rettili, abbiamo girato lungo la splendida costa del pacifico, che alterna fitte foreste e ripide scogliere a piccole baie ricche di palmeti e spiaggie di sabbia dorata, veramente belle e piuttosto selvagge. Alla fine, un po' snorkelling su dei fondali non particolarmente suggestivi, ma incredibilmente ricchi di pesce. Un'abbondante cena a base di quest'ultimo, e l'indomani sono pronto a ripartire alla volta di Oaxaca, capitale dell'omonimo stato.

Inizialmente avevo pensato di ronfarmela un'altro giorno in spiaggia e viaggiare di notte, ma visto che, nottetempo, viaggiavano solo costosissimi bus di prima classe e l'accoppiata bus di seconda piu' ostello era notevolmente piu' economica, di primo mattino sono saltato sul primo taxi di passaggio per cercare un bel bus sgarruppato e godermi la statale che collega Puerto Angel a Oaxaca, tra le piu' impervie e panoramiche del paese (e infatti i viziati bus di prima classe non osavano percorrerla, ma facevano un giro piu' lungo). Il mio desiderio, dopo il lusso del viaggio precedente, di un bel pullman da vero terzo mondo é stato prontamente esaudito ed il possente veicolo che, in sole otto ore, ha percorso i circa duecentocinquanta chilometri di viaggio, disponeva di ogni comfort da bus di seconda classe: autista in canotta che si fermava ad ogni angolo per chiacchierare coi passanti e ogni due per tre accostava in mezzo ai boschi per allegerire la vescica (io al suo posto un controllino l'avrei fatto, si sarà fermato venti volte..), galline e ortaggi a zonzo nell'abitacolo e mille fermate per raccattare e scaricare gente in mezzo al nulla, il tutto shackerato da ammortizzatori di prima qualità. Purtroppo la strada era prevalentemente in salita e la scarsa possenza del mezzo limitava enormemente le possibilità di guida del nostro Schumacher dalla prostata ingrossata; così, per dimostrare che comunque lui, in formula uno, non sarebbe stato secondo a nessuno, ha improvvisato un apparentemente inspiegabile cambio gomme in cima a una montagna. I tempi del lavoro, chiaramente, non sono stati da formula uno, ma le gomme erano, invece, proprio come quelle delle vetture da corsa: liscie come una tavola, sia quelle vecchie, sia quelle "nuove"! Comunque, dopo tanti momenti spassosi, una lunga salita tra splendidi boschi e poi per il brullo altopiano, arriviamo a Oaxaca, una deliziosa cittadina coloniale a circa millecinquecento metri di quota.

Come a San Cristobal, anche a Oaxaca ero stato dieci anni fa e ne conservavo un'ottimo ricordo, ampiamente confermato. Purtroppo ricordavo anche una piovosità pari, se non superiore, a San Cristobal e qui il ricordo è stato addirittura surclassato dal presente. Comunque, mi sono trovato un ostello molto carino ed economico, un ristorantino di fiducia in cui con poco meno di due euro mi sbafavo regolarmente una zuppa, un piatto principale accompagnato da riso, tortillas e fagioli ed uno squisito dessert a base di gelatina e la sera, in centro, c'era sempre musica dal vivo ed ottimi bar in cui gustare i deliziosi caffè e le cioccolate con cannella del posto. Nel mio piano originario era previsto un pernottamento in un villaggio in montagna nei pressi di una cascata, ma, visto il maltempo imperante, ho preferito rinunciare ad una serata sotto la pioggia nel nulla e visitare le attrattive della regione in giornata dalla città, passando poi lì le mie serate, in un ambiente sicuramente piu' vitale e allegro.

Il primo giorno sono andato a vedere le rovine di Monte Alban, un'antica città zapoteca (la principale delle civiltà precolombiane della regione) arroccata su di una splendida collina. Il sito non era immenso, ma la posizione, che dominava le ariose vallate dell'altopiano, veramente spettacolare; e visto che, per una volta, non pioveva, mi sono anche concesso un bel sonnellino nel punto più panoramico, cullato dal vento nel silenzio più assoluto. Il secondo giorno ho ceduto per la seconda volta alla comodità del giro organizzato (la prima volta era stata per il Canyon del Sumidero, uno spettacolare canyon scavato nel fiume visitato prima di partire per Puerto Angel, che nel post precedente mi ero scordato), così da inserire nella gita alle cascate, che avrei potuto raggiungere coi mezzi pubblici, altre amenità locali tra cui, quella che ha fatto pendere definitivamente la bilancia dalla parte del tour, la fabbrica del Mezcal, squisito superalcolico locale ottenuto, come la Tequila, dalla fermentazione dell'agave. Ho così visto Mitla, un'altra antica città Zapoteca, posteriore e meglio conservata di Monte Alban; le cascate di Hierve el Agua, con le splendide vasche calcificate che precipitavano lungo il dirupo della montagna; una tessitoria (i tappeti degli indigeni di Oaxaca, assieme al Chiapas una delle regione con la più alta percentuale di comunità indigene, sono tra i più rinomati del paese) e la distilleria del Mezcal, dove mi sono scatenato con degustazioni d'ogni tipo. Se, all'inizio, il fatto che gli altri partecipanti al tour fossero solo famiglie o comunque persone di mezza età messicana mi aveva un pò intimorito, in realtà poi sono stato adottato dal resto del gruppo, in particolare da una simpaticissima famiglia di Città del Messico che mi ha anche invitato a pranzo, in un immenso buffet di specialità oaxaquene. L'ultimo giorno mi sono girato Oaxaca, ho assistito all'ultimo concertino serale e, con un po' di tristezza, mi sono congedato dalla città e dalla parte randagia, per imbarcarmi sull'ultimo pullman notturno, alla volta di Città del Messico.

La mia guida (per evitare sprechi inutili è la stessa che avevo usato con la mia famiglia dieci anni fa..) suggeriva, come alternativa al bus, il treno, molto più lento, ma anche estremamente economico e panoramico. Così, felice per la pecunia che stavo per salvare, mi presento a quella che avrebbe dovuto essere la stazione ferroviaria della città. Tuttavia, l'eccessiva quiete del luogo mi ha subito reso sospettoso e una targa commemorativa ha rapidamente fugato ogni dubbio: non mi trovavo, infatti, nella stazione ferroviaria di Oaxaca, bensì nel museo dedicato alla ferrovia del sud est, così lenta e sconveniente da essere chiusa nel 2003 e diventare oggetto museale. Meno male che non ho chiesto dove si potevano comprare i biglietti... Comunque, ho ripiegato su un bus notturno di seconda classe, scomodo, ma ben altra cosa rispetto a quello che mi aveva condotto ad Oaxaca e di primo mattino raggiungo, finalmente, Andrea nella capitale. La città, pur molto piovosa e ancora più fredda di Oaxaca (qui siamo oltre i 2000 metri), è sicuramente molto interessante: certo non la si può definire "bella", ma, essendo una delle più grandi al mondo, attrattive e centri di interessi non mancano. Aggiungiamo a questo la splendida accoglienza delle conoscenze locali di Andrea, che ci riempiono continuamente di cibo e attenzioni, e capirete come questi giorni si prospettano veramente interessanti. Ve ne racconterò nei prossimi post, a presto!

domenica 6 settembre 2009

In Chiapas, lungo la Carretera Fronteriza

Ciao a tutti,

Dopo lungo e periglioso viaggio, dal Guatemala sono giunto a San Cristobal, nel Chiapas, che mi accingo a lasciare tra un paio d'ore per puntare verso la costa del pacifico. Ma andiamo con ordine e riassumiamo questi giorni.

Dopo essermi congedato da Pedro, in viaggio verso il sud del paese, ero pronto e smaniante per alzarmi all'alba e tornare in Messico, se non che un improvviso e violento attacco di influenza (chissa´se suina o meno) mi ha costretto a tornare sui miei passi: una bella giornata a letto con 39 di febbre, ed un'altra ad aggirarmi irrequieto e malaticcio per il villaggio, smanioso di partire. Fortunatamente l'aspirina e' un grande farmaco e, passati questi due tediosi giorni, ero pronto a raggiungere la frontiera messicana con un aspetto presentabile (o almeno tale da non essere immediatamente respinto come untore..). Mi e' spiaciuto un po' lasciare il Guatemala, che ha confermato l'ottimo ricordo che avevo da quel lontano 1994: si tratta del paese centroamericano in cui e' piu' forte l'eredita' indigena, evidente non solo negli spettacolari templi di Tikal e degli altri siti, ma anche nelle facce delle persone, nei colori e nei motivi degli splendidi tessuti e nella lingua della gente, visto che in tutto il Peten (la regione settentrionale del Guatemala in cui ho viaggiato) e nel Chiapas e' piu' frequente sentir parlare incomprensibili dialetti maya piuttosto che il piu' familiare spagnolo. Fortunatamente, fino a San Cristobal posti e persone sono, tutto sommato, piuttosto simili e la nostalgia per il Guatemala si e' manifestata, finora, solo nella mancanza dell'ottima birra Gallo, comunque ben rimpiazzata, in Messico, dalla celebre Corona!

Alzatomi con il sole, nella fresca foschia mattutina, mi sono sparato la mia ultima colazione guatemalteca (uova, cipolle, fagioli, formaggio e tortillas) per incamminarmi verso Frontera Corozal, villaggetto messicano sul Rio Usumacinta, un putrido fiume il cui corso sancisce la frontiera tra Messico e Guatemala. Il viaggio e' stato indubbiamente avvincente, con autisti di formula uno mancati alla conduzione di sgangherati e stracarichi pullmini su piste sterrate in mezzo alla giungla. Proprio quando sembrava fossi disperso per sempre in mezzo al nulla, ecco apparire dapprima la capanna del controllo passaporti e poi l'Usumacinta, che fluiva pigro e maestoso, disegnando, nel verde della foresta, un profondo solco color caffe' (mi avrebbero dovuto pagare molto per convincermi a fare il bagno..), vivacizzato da una miriade di colorati barchini di legno. Con uno di questi passo dalle due capanne di La Tecnica, Guatemala, alle due e mezzo di Frontera Corozal, Messico. Preso alloggio nella posada piu' sgangherata della citta´(consigliatami dal saggio Andrea, che ci era gia' stato), passo il pomeriggio pigramente appollaiato su un sasso, a contemplare il maestoso corso del fiume. Il villaggio ricorda molto quello in cui vivevo la scorsa estate: solo capanne di legno, alcune attrezzate ad albergo, altre a ristoranti, galline e pecore. Tramontato il sole, piomba l'oscurita' e si va a dormire.
L'indomani avevo in programma di visitare Yaxchimal, un sito maya a circa un'ora di barca da Frontera. Per una volta in cui avrei avuto bisogno come il pane di altri turisti, per dividere le spese del trasporto, ecco che mi trovo ad essere veramente l'unico turista in citta'. Stavo gia' per gettare a spugna, rinunciare ai ruderi e partire per l'altopiano, quando, provvidenziale, arriva un pullmino di un viaggio organizzato da Palenque, carico di turisti freschi. Con rapacita' da sanguisuga mi aggrego a loro e finalmente il prezzo diviene abbordabile.
Le rovine di Yaxchimal sono molto piu' piccole di quelle di Tikal, ma altrettanto suggestive ed alcuni scorci sul fiume, circondati da rumorose scimmie, sono valsi davvero il viaggio. Poi, ripartita la mandria, sono rimasto a chiacchierare con la "guida", un contadino che sa qualche parola di inglese e a tempo perso chiacchiera coi turisti. Assistere all'arrivo e alla ripartenza del viaggio organizzato, comunque, e' stato divertente: la loro presenza ha rianimato, seppur per poco, il posto piu' sonnolento in cui sia mai stato. Dopodiche', un'altra serata tranquilla in questo luogo sperduto, a provare a far due chiacchiere con contadini che di spagnolo ne sapevano meno di me e mangiare l'immancabile pollo alla griglia con riso e fagioli (l'unico piatto disponibile nel villaggio, veramente squisito!) e poi mi metto in viaggio alla volta di Tziscao, un altro piccolo villaggio sull'omonimo lago, gia´nell'altipiano del Chiapas.

Mentre la strada piu' veloce e battuta passerebbe da Palenque, consigliato da Andrea e dalla voglia di cambiare ho deciso di fare la variante piu' originale: la carrettera fronteriza, una strada che, da Frontera, corre parallela alla frontiera col Guatemala fino a una zona di laghi, in cui poi taglia verso l'interno. Per chilometri e chilometri, davvero il nulla, solo foresta e campi di mais. Se, in genere, a viaggiare coi collectivos (minibus scassati e strapieni di ogni genere di uomo, merce, o animale..) bisogna avere una buona dose di pazienza ed ironia, lungo la carrettera fronteriza ho avuto sempre una fortuna incredibile: appena il tempo di finire di mangiare, o affacciarmi gia' sazio sulla strada, ed eccone apparire uno, pronto per caricarmi!
La strada abbandona le grandi foreste tropicali per diventare sempre piu' scoscesa, l'aria si fa fresca e monti e foreste di pine fanno la loro comparsa: eccomi sull'altipiano! Il viaggio e' filato liscio, nonostante gli svariati posti di blocco militare sulla strada (il Chiapas e' stato teatro di una insurrezione indigena armata e da allora tutto il territorio e' presidiato capillarmente dall'esercito) ed il laghetto era proprio un piccolo paradiso, incastonato tra monti e foreste, deserto. Dopo una triste contrattazione da spilorcio, riesco ad ottenere un bungalow bellissimo per meno di cinque euri e, dopo i duri giorni del caldo umido della foresta, posso finalmente dormire come un pascia al fresco dei monti, mangiando ottimo formaggio locale (una specie di ricotta piu' secca e salata) con tortilla. Dopo questa ritemprante tappa, completo definitivamente il viaggio verso San Cristobal, la principale meta turistica della zona, assieme alle rovine di Palenque.

San Cristobal e' una delle citta' piu' importanti del Chiapas, circondata da una miriade di splendidi villaggetti e nel 1994 fu l'epicentro della rivolta zapatista, il cui movimento e' una delle icone dei movimenti contro il neoliberismo e per i diritti delle popolazioni indigene. Per tutte queste ragioni, si tratta del cuore pulsante del Chiapas, o almeno di quello che puo' interessare l'occidentale medio con lo zaino in spalla e un po' di grilli per la testa. La citta´ e´veramente un gioello, splendide case coloniali incaastonate tra le lussureggianti foreste dell'altopiano. Purtroppo, qui piu' che altrove, la stagione delle piogge si prende molto sul serio e da quando sono arrivato non c'e' stato attimo di tregua, neanche a Milano in novembre ho preso tanta acqua.. Ciononostante, mi sono gustato vari caffe e cioccolate calde (dolci e speziati, una meraviglia!) nel baretto sulla piazza principale, oltre a squisite cenette nel ristorante "zapatista" della citta', piuttosto commerciale (sembra un centro sociale..), ma dicono che i ricavati aiutino la lotta e allora, una birra e un enchilada per la causa le prendo volentieri..
Essendo un posto meraviglioso in una zona meravigliosa, la citta' e', inevitabilmente, molto sfruttata a fini commerciali, il che, a volte, risulta un po' sgradevole. Tuttavia, e' sempre un piacere passeggiare per le sue strade e fermarsi nei caffe o tra le bancarelle.

Per finire (e non perdere il bus notturno..), un'ultima riflessione: nei vari autopeana del nostro premier, vengono spesso citati sondaggi secondo cui solo pochi leader al mondo sarebbero piu' amati di Lui e, tra questi, figura sempre (inspiegabilmente, vista la situazione del paese..) il presidente Calderon del Messico. Guardando, ieri sera, la sfidona per la qualificazione ai mondiali tra Messico e Costa Rica, gli spot piu' diffusi non erano quelli delle usuali porcherie americane, bensi' reclame in cui il Presidente Calderon appare sempre sorridente, mentre bacia bambini, inaugura strade o imbocca vecchie decrepite. Perfino durante la partita apparivano strisce che lodavano l'operato del suo governo! Roba da far impallidire Emilio Fede, si fossero viste cose analoghe durante l'ultimo derby, non oso immaginare cosa sarebbe potuto accadere... Comunque, il Nostro vuole sempre primeggiare e appena scoprira' questo trucchetto, agira' subito per superare Calderon e diventare il piu' amato al mondo! Del resto, dal sudamerica notoriamente c'e' da imparare, in fatto di democrazia.... Alla prossima, un abbraccio

domenica 30 agosto 2009

La Ruta Maya: Belize e Guatemala

Ciao a tutti,

L'ultima giornata di mare e relax a Tulum e' filata via liscia e serena, seppur con un po' di malinconia per i vari addii a persone simpatiche ed allo splendido mare dei caraibi. Pero' l'adrenalina per il viaggio in solitaria che si profilava all'orizzonte ha reso il tutto piuttosto allegro e disteso e, come da tradizione, eccomi pronto a partire all'alba per il Belize, dato che, in questi paesi sgangherati, e' sempre meglio tenersi un ampio margine di tempo per contrattempi vari. Ho salutato le mie amiche sotto l'ultima, splendida stellata tropicale per poi imbarcarmi sull'autobus alla volta di Chetumal, cittadina alla frontiera tra Belize e Messico. Ammetto che durante il viaggio gli occhi non sono rimasti proprio sempre aperti ed e' stato un peccato, perche' la strada attraversava alcune tra le piu' belle riserve forestali dello Yucatan e tra un pisolo e l'altro ho scorto una giungla veramente fitta, gustoso preludio a quel che mi aspettava.

Quello che mi incuriosiva del Belize era, soprattutto, la particolarita' della sua storia: difeso dalle sue isole e dalle sue splenide barriere coralline dagli scempi perpetrati dagli spagnoli, il territorio e' poi diventato una colonia inglese, per divenire indipendente, come membro del commonwealth, negli anni '70. Le stesse barriere che lo difesero dai galeoni iberici ne hanno determinato la capitolazione dinnanzi al piu' becero turismo di massa ed oggi, nonostante sia uno dei paesi piu' poveri della gia' non proprio floridissima area, qualunque servizio turistico costa molto piu' di quel che vale ed i dollari beliziani, con la facciona della regina elisabetta disegnata, vanno via che e' un piacere. Ovviamente, ho soggiornato il minimo indispensabile, ossia una notte...
Gia' dall'autobus sgangherato e gestito da uomini di colore si capiva quanto il salto sarebbe stato netto: superata fortunosamente la frontiera (ove mi sono autoridotto la tassa d'uscita, convinto fosse una tangente e irritando il doganiere, che mi ha dato la ricevuta ufficiale lamentandosi della tirchiaggine degli italiani...), la strada e' subito diventata una specie di pista polverosa, cui si alternavano foreste selvagge e modeste villine di legno (la copia sfigata di quelle della Louisiana). Nel primo pomeriggio, eccomi finalmente giungere a Belize City, la citta' piu' importante.

Durante il viaggio ho conosciuto un ragazzo italiano molto simpatico, anche lui diretto verso il Guatemala, cosi' abbiamo cominciato a viaggiare insieme. Preso l'alloggio un attimo prima che il solito uragano tropicale si scatenasse, ci siamo concessi uno spuntino con birretta in un simpatico locale su palafitte: la citta' sorge alla foce di un fiume e possiamo definirla una versione molto povera di Venezia, con casupole di legno colorate e strade sterrate tra i numerosi canali. Nonostante fosse molto carina, non valeva la pena starci molto: il centro era veramente uno sputo e tutte le persone incontrate, alcuni pescatori che sembravano usciti da un libro di Heningway e vari, simpatici ristoratori, ci hanno caldamente sconsigliato di girare la sera. Il mix di poverta´ estrema e di americani che atterrano freschi freschi dagli Usa per recarsi alle isole con dollaroni e macchine fotografiche strafiche rende la citta' piuttosto pericolosa per i turisti. Dopo una simpatica chiacchierata con l'inserviente dell'ostello, una nigeriana giunta li' al seguito del marito che, diplomatosi in Inghilterra, non ha trovato meta migliore nel Commonwealth (superfluo aggiungere che lei odiava il Belize..), ci siamo congedati da questo buffo paese, per recarci verso il Guatemala.

Dopo aver provato invano a sedurre la simpatica hondurena che vendeva i biglietti per ottenere uno sconto (ho ottenuto solo un po' di frutta fresca, meglio di niente..), ho seguito Pedro (il mio amico italo portoghese) alla volta di Remate, graziossissimo paesello di pescatori sul lago vicino a Tikal, uno dei templi maya piu' grande e meglio conservato, nel cuore della festa. Sebbene alla dogana, nonostante vari tentativi, non siamo riusciti a fuggire alla tangente d'ingresso (comunque meno di due euro, poco male), il paese si e' subito dimostrato vitale e ospitale: abbiamo aspettato il minibus alla stazione di Flores per andare a Remate, chiacchierando coi vari conducenti, tutti socievoli e disponibili; poi, finalmente, dopo un lungo girovagare per mercati a raccattare passeggeri (alla fine eravamo in ventidue su tre file, si sarebbe potuto fare una partita ufficiale di calcio...), giungiamo al nostro piccolo paradiso lacustre. Abbiamo visitato Tikal, di cui mi ero perdutamente innamorato quindici anni fa e da cui sono stato nuovamente sedotto, e poi ci siamo goduti i bagni nelle calde acque del lago, in cui famelici pesciolini hanno abbondantemente pasteggiato con la pelle secca della mia schiena. Alla fine, siamo rimasti quattro giorni, trincando squisita Gallo cerveza e rimpinzandoci come maiali, specie a colazione (uova, formaggio, fagioli, cipolle, tortillas.. una meraviglia!). Purtroppo le scellerate scelte di chi vende fuoriclassi per comprarsi avvocati e prostitute mi hanno costretto ad assistere ad una tragedia di proporzioni bibliche, ma fortunatamente, dopo aver impietosito tutto il bar con le mi smorfie ed essermi scolato un litro e mezzo di birra, sono stato rinfrancato (ed ho smaltito la sbornia..) grazie alle calde acque del lago ed alle chiacchiere coi socievoli gestori della nostra piccola cabanha.

Oggi ci siamo goduti l'ultima giornata di relax e poco fa Pedro e' ripartito alla volta di Citta' del Guatemala, una delle varie tappe del suo bellissimo viaggio fino al Cile (invidia...). Io, piu' prosaicamente, rientrero' in Messico, domattina, via fiume, per gustarmi un po' di Chiapas e cominciare la lenta risalita verso nord, fino a Citta' del Messico. Ovviamente il bus e' alle cinque, dunque mi faro' l'ultimo bagnetto, mi godro' per l'ultima volta il tramonta dall'amaca e poi andro' a dormire. Vi riaggiornero' dal Chiapas!

martedì 25 agosto 2009

New Orleans, Houston e poi Yucatan

Ciao a tutti,

Vi scrivo da un internet cafe´prima di rituffarmi nelle calde acque caraibiche e godermi l´ultimo giorno di relax a Tulum, nello Yucatan! Avendovi lasciato nel ciclone a New Orleans, un piccolo riassunto e' d'obbligo..

A New Orleans abbiamo passato due bellissimi giorni: il centro francese della citta', fatto di colorate casette coloniali, e' veramente delizioso e l'atmosfera molto suggestiva. Graziosi caffe´ ricchi di dolcetti succulenti si alternano a mercatini con frutti di mare piccanti, mentre nell'aria si diffondono la musica dei sassofonisti che suonano dal vivo e l'aroma delle spezie piccanti che caratterizzano la cucina locale. Per un'anima poco avvezza alla musica come la mia, questo secondo aspetto e' stato sicuramente piu' importante: se, in generale, l'odore di spezia nell'aria e' ben piu' suggestivo del pur succulento aroma di fritto che si respira nelle principali citta' americane, la ricomparsa di alimenti come riso e fagioli nella nostra monotona dieta di hamburger e affini e' stata un gran sollievo e nel mercato della citta' ho potuto anche gustare una salsiccia di alligatore (in realta' il sapore della carne, morbida e rosa chiara, era poco valorizzato dal quantitativo di spezie con cui era condita..) ed il jumbo, uno spezzatino di riso e frutti di mare reso particolare dall'okra, ortaggio africano di cui ignoravo l'esistenza fino alla scorsa estate e portato in Louisiana dalle orde di schiavi negri giunte ai tempi d'oro della coltivazione del cotone.

Avevo gia' notato come le citta' americane tendano ad essere "a tema": a Nashville dominava ovunque il country, a Memphis in ogni locale si aggirava il fantasma di Elvis. Se anche a New Orleans e' difficile non sentire Jazz per piu' di un isolato, il tutto e' meno opprimente e artificioso di quanto non lo fosse stato nelle altre citta' e tra i sassofonisti di strada di giorno e le band nei locali la sera, ascoltare la musica e' sempre un piacere. La via dei locali di questa citta', la sera, e' un ininterrotto susseguirsi di concerti di musica dal vivo, con una netta predominanza di jazz e blues, e storme di gente che si aggirano ebbre da un posto all'altro.. considerato quanto gli amministratori nostrani rompano le palle tutte le estate per "la movida" alle colonne, non oso immaginare cosa farebbero semmai si organizzassero serate del genere! Da segnalare vari e goffi abbordaggi alle nostre ragazze di ubriaconi d'ogni razza ed eta, prontamente sventati dalla mia usuale strategia difensiva (lasciare la matassa a loro e ridere..).

Dopo un paio di serate a base di musica e birra, abbiamo dovuto abbandonare questo piccolo gioiellino piu' caraibico che americano e siamo partiti alla volta di Houston, Texas, ove ci aspettava l'aereo per Cancun. Paradossalmente riprendere la macchina per un giorno ci costava come affidarci ai mezzi pubblici (ci sara' un perche' se non gli usa nessuno, qui..), cosi', allaguida di un altro possente mezzo americano, abbiamo lasciato la terra dei balli e della buona cucina per recarci nel piu' austero Texas lungo la hiigway10, una lunga e larga striscia d'asfalto che taglia il sud dalla Florida alla California. Attraverso spettacolari viadotti abbiamo superato la zona delle paludi e varcato per l'ultima volta il Mississippi, prima di portarci nel piu' arido Texas, che ci ha comunque accolto con un diluvio tropicale. Abbiamo provato a girare un po' il maestoso e congestionato downtown di Houston, ma, dopo essere stati subito richiamati all'ordine da una pattuglia di polizia per una manovra che io nemmeno avrei considerato un'infrazione (non ho svoltato, su una strada totalmente deserta, pur essendo sulla corsia di svolta a destra..), ci siamo rapidamente portati all'aeroporto, intimiditi dall'impressionante militarizzazione della citta' e fiduciosi che in Messico l'atmosfera sarebbe stata diversa.

Cosi', dopo un'inevitabile notte a Cancun (l'aereo atterrava molto tardi) ed un breve viaggio in pullman, eccocci nelle splendide cabanas di Tulum: quattro muri e due letti, ma in mezzo alle palme e alla sabbia bianca di una delle spiagge piu' belle al mondo.. Li' siamo stati raggiunti da Andrea e da due sue amiche e per cinque giorni ci siamo goduti assieme questo paradiso tropicale, alternando coktail e birrette sulla spiaggia a bagni nell'acqua tiepida e celeste dei caraibi. Federica e Francesca sono andate a vedere Uxmal e Chichen Itza, mentre io, fino ad oggi, non ho perso un minuto di spiaggia (ovviamente sono totalmente ustionato..). Dico solo che per cinque giorni non ho mai avuto bisogno di indossare ciabatte o magliette, solo un costume e un asciugamano per spostarmi da un angolo all'altro del paradiso..

Purtroppo, questa breve e indimenticabile parentesi e' ormai agli sgoccioli: domani Federica e Francesca, le mie fedeli compagni da Washington, rientrano in Italia, via New York, mentre le due amiche di Andrea sono ripartite per girarsi lo Yucatan. Andrea e´ in viaggio per Citta' del Messico ed io lo raggiungero' presto, ma dopo varie tappe che ho in mente e sono sicuro apprezzerete! Vi raccontero' prossimamente, ora vado a farmi l'ultimo bagno.

giovedì 13 agosto 2009

On the road da Washington a New Orleans!

Ciao a tutti,

In questi giorni di viaggio non ho mai avuto il tempo di aggiornare questo blog, comunque, ormai il viaggione e' finito ed eccomi qua, a New Orleans. Provero' a riassumere un po' una settimana abbondante di avvventure sulle strade degli States.

Dopo esserci calorosamente congedati dalla nostra affetuosa big mama di Washington, abbiamo preso possesso della nostra poderosa Nissan all'autonoleggio. Dato che l'autista supplementare era gratuito per le coppiette, io e Federica ci siamo presentati mano nella mano, atteggiandoci a sposini e persuadendo il voluminoso impiegato dell'Avis sulla sincerita' dei nostri sentimenti.. cosa non si fa per risparmiare un po' di quattrini! Abbiamo attraversato per l'ultima volta il vialone di Washington, con tutte le sue attrattive e poi ci siamo incamminati per strade secondarie verso sud ovest. Dopo aver superato svariati fast food e un imponente mega store d'armi (reclamizzato da un gigantesco orso impagliato..) eccoci giungere all'ingresso della Blue Ridge Parkway, una strada panoramica che percorre per quasi cinquecento miglia le creste degli appalachi, attraverso Virginia e North Carolina. Dopo aver fatto il pieno di informazioni da una gradevole e simpatica vecchina all'ingresso, il pieno di carburante ed il pieno di cibo da una tizia che non sapeva cosa fosse l'Italia ("Italy? What's that??", ha risposto perplesso dopo che le abbiamo dichiarato la nostra nazionalita'..), ci siamo avventurati attraverso questa strada, pronti a sopravvivere per tre giorni tra le dolci vette degli Appalachi.

Se gia' le aspettative erano alte, l'orsacchiotto nero incontrato appena superato l'ingresso ci ha fatto davvero sognare giorni e giorni tra bestie e natura. In realta', incontrare l' orso e' stata un grandissimo colpo di fortuna (per cui tutti gli altri turisti ci hanno parecchio invidiato..), pero' di animali era veramente pieno, soprattutto succulenti cerbiatti, e la natura era veramente spettacolare, con paesaggi incontaminati a perdita d'occhio. Abbiamo passato tre giorni, su quella strada, dormendo in lussuosi alloggi nel parco e contando le stelle, la sera, in mezzo al nulla. Da segnalare uno sfortunato tentativo di cuocerci dei Mash Mellow (delle specie di caramelle appicicose che gli americani arrostiscono sul fuoco..), invariabilmente brucicacchiati e appicicosi, oltreche' non propriamente gustosi, e l'innamoramento delle ragazze per un fascinoso cinquantenne a zonzo su una harley davidson. Dopo un kitchissimo villaggio indiano, pieno di ciarpame d'ogni tipo, e un po' di dollari bruciati al casino, abbiamo abbandonato le nostre amate montagne per incamminarci alla volta delle grandi citta' musicali del Tennesse, Memphis e Nashville.

Appena giunti all'ostello di Nashville, abbiamo subito notato la differenza nella clientela: dopo giorni in cui gli altri turisti erano prevalentemente benestanti americani, bianchi e avanti con gli anni, l'ostello di Nashville era pieno di giovani europei alla ricerca di musica e divertimento. Abbiamo trascorso una serata girando per i numerosi locali della citta', che offrivano birra e musica dal vivo: sebbene Nashville sia considerata la capitale del country, in questi posti si trovava un po' di tutto ed il clima era molto festoso (e anche parecchio trash!). Dopo essere stato anch'io vittima della seduzione di una barista (che voleva solo propinarmi costose Budweiser..), abbiamo abbandonato anche questa citta', per recarci a Memphis, la citta' di Elvis. A me, chiaramente, non importava un fico secco, cosi' mentre le ragazze si godevano la casa del re del Rock (una cosa superpacchiana, ovviamente..), io mi son fatto quattro passi per la cittadina che, come molti posti negli Usa, ad un centro ricco di pittoreschi quartieri al neon alterna enormi distese di zone desolate, abitati perlpoiu' da gente di colore. Ci siamo ritrovati in centro, abbiamo fatto un nuovo carico di provviste (sebbene gustosa, la cucina americana, come potete immaginare, alla lunga stomaca) e ci siamo gustati il primo tramonto su quello che sarebbe poi stato il nostro immancabile compagno di viaggio: il Mississippi.

Lasciata Memphis, abbiamo abbandonato la higway della musica per la numero 61, la higway del blues, puntando decisamente verso sud. Ormai a notte fonda, siamo giunti a Clarksale, Mississippi, dove, purtroppo, la vecchia piantagione riattrezzata a bred and breakfast in cui volevamo dormire era gia' chiusa. Cosi' abbiamo pernottato nel motel piu' brutto e malfrequentato della zona, che, per la mia gioia, costava veramente una miseria! L'indomano abbiamo visitato la splendida piantagione, ricca di oggetti e insegna d'epoca e, su consiglio di alcuni autoctoni molto disponibili, ci siamo avviato attraverso strade secondarie verso Natchez, graziosa cittadina arroccata sul Mississippi. Li' abbiamo pernottato in una splendida residenza d'epoca e ci siamo abboffatti, il mattino seguente, con abbondanti e succulenti piatti della cucina del sud. Poi, dopo aver visitato Natchez, altra graziosa cittadina tutta di splendidi villini coloniali, ci siamo incamminati verso la Louisiana e le sue paludi.

Abbiamo finalmente guadato il Mississippi, su un simpatico ferry sotto il caldo umido e cocente della regione, e ci siamo incamminati verso Beaux Bridge, nel cuore della Cajun county. Viaggiando tra campi di cotone, canna da zucchero e paludi, raggiungiamo il campeggio della cittadina, dove pernottiamo in un grazioso bungalow di legno, nell'attesa dell'escursione alle paludi, l'indomani. La cena si trasforma in uno splendido banchetto, perche' la deliziosa gente della Louisiana si sente in dovere, appresa la lontananza della nostra provenienza, di offrirci leccornie del posto: eccoci, dunque, con salsiccie di maiale e cipolle, granchi e gamberetti, un vero banchetto. La mattina seguente, bissiamo il banchetto a colazione ed eccoci in mezzo alle paludi: con un barchino pilotato da un mastodontico americano, viaggiamo tra fior di loto, alberi e coccodrilli, alcuni veramente mastodontici, un paesaggio veramente splendido! Poi, l'ultimo tratto di strada tra piantagioni ed acquitrini ed eccoci a New Orleans.

Purtroppo, assieme a noi e' giunto a New Orleans un piccolo ciclone, che, sebbene piu' quieto di Katrina, sta funestando il nostro tour con una pioggia ininterrotta. La citta' e' comunque splendida ed il nostro albergo proprio nel cuore del quartiere francese! Sono sicuro che ce la spasseremo qui....

domenica 9 agosto 2009

Washington, e partenza per il grande sud

Rieccomi a voi! Il viaggio da Baltimora a Washington e' filato via liscio liscio e un affollato bus urbano mi ha condotto nell'ostello della capitale. Diciamo che, se gia' a New York il mio alloggio non era propriamente di prima qualita' (e la prima notte sono anche stato svegliato da un negrone francese che mi accusava, erroneamente, di dormire nel suo letto..), appena giunto in una minuscola villetta dei sobborghi, che nulla lasciava presagire fosse un ostello, tranne il fatto che l'indirizzo fosse quello, ho veramente temuto il peggio. Tuttavia, superato l'ubriacone che, in pieno giorno, stava pisciando davanti alla scala d'ingresso, sono stato accolto da un'imensa big mama, gioviale e gentile, e l'alloggio si e' rivelato piacevole e confortevole, in questo villino pieno di poster di Obama.

Washington, in realta', non e' niente di che: costruita ex novo per essere la capitale una volta conquistata l'indipendenza, la citta' e' una vasta distesa di villini monofamiliari, abitati, perlopiu', da afroamericani non proprio benestanti. Avvicinandosi al centro, la qualita' e la dimensione delle case aumenta, il colore delle persone progressivamente si sbianchisce, per poi sfociare nell'immensa distesa dei palazzi governativi: il campidoglio, dove si riunisce il congresso, un enorme prato che porta fino all'obelisco, posto a meta' strada tra il memoriale di Lincoln e la Casa Bianca. Tutto molto bello, ma tutto li!

Il rendez vous con le mie compagne di viaggio ha, stranamente, funzionato e ora sono in loro compagnia. Insieme abbiamo girato tutte queste amenita' capitoline, cercando disperatamente di incontrare Obama (ovviamente, invano..) e rilassandoci, la sera, nel quartiere inn della citta', ricco di locali e ristoranti di varie nazionalita'. Sebbene anche qui il multiculturalismo sia un tratto immancabile e importante, non c'e' l'incredibile varieta' di New York, in cui in ogni vagone della metro trovavi un piccolo mondo in scala (vista la considerazione che hanno gli americani dei mezzi pubblici, piu' terzo che primo mondo, come da noi, del resto..) e, soprattutto, i ristoratori etnici sono mediamente piu' esigenti, cosi' come i miei amati e ipersfruttati chioschi di strada: lo stesso, delizioso hot dog che New York costava un dollaro (e il cui aroma, etereo, irradiava la citta'..) qui ne costa ben tre!

Tuttavia, la citta' e' graziosa, tranquilla e ricca di verda. Come Baltimora, un bel relax dopo i primi, frenetici giorni! Per concludere, oggi abbiamo visitato il cimitero della citta', un'impressionante distesa verde in cui riposano, oltre a Kennedy e consorte, anche i numerosissimi caduti delle ultime guerre yankee: se le aree di Corea e Vietnam fanno impressione per la quantita' e l'eta' dei caduti, l'area dedicata all'Iraq, con tutte quelle bare di ragazzi nati nell'82, '83, addirittura '87, ci ha veramente colpito. Peraltro si sono tenuti ampi spazi disponibili per ingrandire l'area, cosa, diciamo, non proprio di buon auspicio.. Speriamo che l'abbronzato se la cavi un po' meglio di chi l'ha preceduto!

Domattina prendiamo la macchina e partiamo alla volta degli Appalachi, dove ci aspettano natura e paesaggi meravigliosi (si spera). Meta finale del viaggio: New Orleans! Seguiranno aggiornamenti, saluti a tutti.

mercoledì 5 agosto 2009

Le prime tappe: New York e Baltimora

Ciao a tutti. Anche quest'estate, la vana speranza di avere cose interessanti e divertenti da raccontare, mi spinge a scrivere questo blog, consacrato, nel titolo, a una delle cose per me piu' importanti: il cibo. Due mesi tra Stati Uniti e Messico, bene che vada, tornero' rotolando...


Comunque, che raccontare di questi primi giorni: in primis, mi sono rilassato e divertito un sacco tra Napoli e Roma, ho salutato cari amici che vedo di rado e conosciuto posti splendidi in cui non ero mai stato, come Sorrento o la reggia di Caserta. Cosa ben piu' importante, mi sono rimpinzato di pizze e zuppa di cozze, prevedendo tempi ben piu' miseri all'orizzonte..

Il viaggio e' iniziato nel migliore dei modi: l'aereo era strapieno, cosi', mio malgrado, sono stato trasferito d'ufficio in business class, in una colonia di grezzi italiani accomunati dal mio stesso, fortunato destinato. Cosi', tra Kir Royal (un aperitivo francese a base di champagne che in nove mesi d'erasmus non m'ero mai azzardato ad ordinare, visto il prezzo..), stufato d'agnello e Bordeaux le otto ore di volo tra Londra e New york son volate via in un attimo e su quelle poltrone divine mi sono rifatto della nottataccia accucciato in terra all'aeroporto di Roma Fiumicino (il mio volo partiva alle sette, non c'era altro modo di prenderlo..). E sotto un caldo acquazzone estivo, eccomi a New York.


La dogana statunitense mi faceva un po' di paura, anche perche', stipati nello zaino, stavo contrabbandando illegalmente parmigiano e cantucci. Fortunatamente il funzionario doganale, un certo Casella, e' rimasto entusiasta della mia italianita', ha subito vantato le sue origini napoletane e mi ha chiesto di tradurgli i due inquietanti tatuaggi che aveva sui mastodontici avambracci (le parole "orgoglio" e "rispetto" scritte in italiano in caratteri gotici..), prima di apporre un timbro sul mio passaporto senza fare troppe domande. Cosi', col mio zaino carico di gustose cibarie, ho raggiunto l'angusto ma piacevole ostello di Harlem, da cui ho cominciato la mia esplorazione. Manhattan fa veramente girare la testa ed ho subito scoperto che e' piu' grande di quanto la cantina lasci intendere.. fortunatamente, una fitta ed efficiente rete di mezzi pubblici ha prontamente messo fine alle mie velleita' da pedone e nella settimana di permanenza newyorkese sono riuscito a vedere quasi tutto quello che volevo: i grattacieli di Manhattan, i vicoli di Chinatown e Little Italy, le fabbriche abbandonate del Queens, i panorami della citta' da Brooklin e un bel tramonto giocando con gli scoiattoli a Central Park.

Oltre alla cortesia del doganiere italoamericano, ho avuto varie altre occasioni di riscontrare i vantaggi del multiculturalismo: ad esempio, concedendomi una squisita cenetta a base di zuppa di tagliolini e carne in un economico ristorante vietnamita, rifornendomi regolarmente nei migliori supermercati cinesi, dove tutto costa meno di un dollaro, o acquistando, per il mio viaggio a Baltimora, un biglietto su una lussuosa linea di bus coreana. Insomma, il fatto che ci sia sempre un'etnia piu' sfigata della tua e' l'unica garanzia, in una societa' a capitalismo avanzato, di avere beni e servizi a costi accessibili (chiaramente, se non ci si formalizza troppo sulla qualita'..) e a New York sono veramente rappresentanti tutti i peggiori disgraziati del mondo, al punto che, ormai, Little Italy, o almeno la piccola parte che resiste all'espansione di Chiantown, sta diventando un posto di lusso.

Per congedarmi degnamente da questa splendida citta', l'ultimo giorno mi sono concesso il costoso tour in barca per la statua della liberta'. Oltre al celebre monumento, ho potuto visitare Ellis Island, il punto d'approdo, tra fine ottocento e inizio novecento, delle immense masse di miserabili che sbarcavano per portare avanti l'America svolgendo i lavori piu' schifosi e malpagati. Oggi il punto d'approdo e' divenuto un museo molto interessante che, oltre a mostrare un sacco di documenti d'epoca, tra cui gli immancabili articoli di lungimiranti benpensanti secondo i quali tutti questi migranti avrebbero portato malattie, violenza, delinquenza, usi e costumi destinati a distruggere i solidi valori della vera societa' americana (ossia quei quattro avanzi di galera che avevano sterminato indiani e bisonti e importato negri in saldo per coltivare cotone..), disponeva anche di una banca dati per cercare informazioni su parenti approdati nel nuovo continente. Purtroppo non ho notizie di antenati in eta' tanto remota, dunque, per andare sul sicuro, ho digitato Bortolo Colosio, nome sicuramente molto diffuso all'epoca nella terra natale della mia famiglia. Ho cosi' scoperto che un certo Bortolo Colosio sbarco' nel 1913, chissa' che fine avra' mai fatto.. Comunque, paragonare l'Ellis Island dell'epoca all'odierna Lampedusa mostra tutta la differenza tra una societa' giovane ed in tumultuosa crescita, dunque desiderosa di forze fresche da sfruttare, ed una ormai vecchia e decadente, che si chiude in se' stessa nel suo inesorabile declino..

Con questi edificanti pensieri, mi sono imbarcato alla volta di Baltimora, una volta fiorente citta' portuale e industriale, che oggi cerca di rivalutarsi come localita' turistica e di servizi. Mi ha fatto un certo effetto il contrastro stridente tra il vecchio porto tirato a nuovo per i turisti (e colonizzato da locali dai prezzi impraticabili) ed i casermoni industriali abbandonati, tra cui spuntano grasse taverne piu' popolari. Mi sono pappato un bell'hamburger di granchio (anche col pesce, non si smentiscono mai, gli yankee..), per poi, in serata, provarmi a rifarmi un po' il palatao col primo pasto "sano" da quando sono qui: sushi e una vagonata di deliziosi mirtilli, il tutto acquistato in un supermercato ricco di prelibatezze ittiche della zona (anche se i 4 dollari spesi per il sushi mi fanno pensare che non fosse proprio pesce fresco della baia..). Stamane, per concludere degnamente la visita della citta', ho cercato la casa di Edgar Allan Poe, in una periferia veramente malfrequentata.. In realta' non so nulla di Poe e forsa non ha avuto molto senso l'inquietante scarpinata, ma mi sembrava cortese passare dalla sua casa e visitare una vera zona malfamata. Quando ho visto che, oltretutto, bisognava pure pagare per entrare, me la sono svignata alla svelta!

Ora sono in attesa del treno per Washington, dove la mia avventura solitaria finira' e mi congiungero' con le compagne di viaggio verso il grande sud. Fortunatamente qui, a differenza che da noi, esistono ancora i regionali! A presto