domenica 30 agosto 2009
La Ruta Maya: Belize e Guatemala
L'ultima giornata di mare e relax a Tulum e' filata via liscia e serena, seppur con un po' di malinconia per i vari addii a persone simpatiche ed allo splendido mare dei caraibi. Pero' l'adrenalina per il viaggio in solitaria che si profilava all'orizzonte ha reso il tutto piuttosto allegro e disteso e, come da tradizione, eccomi pronto a partire all'alba per il Belize, dato che, in questi paesi sgangherati, e' sempre meglio tenersi un ampio margine di tempo per contrattempi vari. Ho salutato le mie amiche sotto l'ultima, splendida stellata tropicale per poi imbarcarmi sull'autobus alla volta di Chetumal, cittadina alla frontiera tra Belize e Messico. Ammetto che durante il viaggio gli occhi non sono rimasti proprio sempre aperti ed e' stato un peccato, perche' la strada attraversava alcune tra le piu' belle riserve forestali dello Yucatan e tra un pisolo e l'altro ho scorto una giungla veramente fitta, gustoso preludio a quel che mi aspettava.
Quello che mi incuriosiva del Belize era, soprattutto, la particolarita' della sua storia: difeso dalle sue isole e dalle sue splenide barriere coralline dagli scempi perpetrati dagli spagnoli, il territorio e' poi diventato una colonia inglese, per divenire indipendente, come membro del commonwealth, negli anni '70. Le stesse barriere che lo difesero dai galeoni iberici ne hanno determinato la capitolazione dinnanzi al piu' becero turismo di massa ed oggi, nonostante sia uno dei paesi piu' poveri della gia' non proprio floridissima area, qualunque servizio turistico costa molto piu' di quel che vale ed i dollari beliziani, con la facciona della regina elisabetta disegnata, vanno via che e' un piacere. Ovviamente, ho soggiornato il minimo indispensabile, ossia una notte...
Gia' dall'autobus sgangherato e gestito da uomini di colore si capiva quanto il salto sarebbe stato netto: superata fortunosamente la frontiera (ove mi sono autoridotto la tassa d'uscita, convinto fosse una tangente e irritando il doganiere, che mi ha dato la ricevuta ufficiale lamentandosi della tirchiaggine degli italiani...), la strada e' subito diventata una specie di pista polverosa, cui si alternavano foreste selvagge e modeste villine di legno (la copia sfigata di quelle della Louisiana). Nel primo pomeriggio, eccomi finalmente giungere a Belize City, la citta' piu' importante.
Durante il viaggio ho conosciuto un ragazzo italiano molto simpatico, anche lui diretto verso il Guatemala, cosi' abbiamo cominciato a viaggiare insieme. Preso l'alloggio un attimo prima che il solito uragano tropicale si scatenasse, ci siamo concessi uno spuntino con birretta in un simpatico locale su palafitte: la citta' sorge alla foce di un fiume e possiamo definirla una versione molto povera di Venezia, con casupole di legno colorate e strade sterrate tra i numerosi canali. Nonostante fosse molto carina, non valeva la pena starci molto: il centro era veramente uno sputo e tutte le persone incontrate, alcuni pescatori che sembravano usciti da un libro di Heningway e vari, simpatici ristoratori, ci hanno caldamente sconsigliato di girare la sera. Il mix di poverta´ estrema e di americani che atterrano freschi freschi dagli Usa per recarsi alle isole con dollaroni e macchine fotografiche strafiche rende la citta' piuttosto pericolosa per i turisti. Dopo una simpatica chiacchierata con l'inserviente dell'ostello, una nigeriana giunta li' al seguito del marito che, diplomatosi in Inghilterra, non ha trovato meta migliore nel Commonwealth (superfluo aggiungere che lei odiava il Belize..), ci siamo congedati da questo buffo paese, per recarci verso il Guatemala.
Dopo aver provato invano a sedurre la simpatica hondurena che vendeva i biglietti per ottenere uno sconto (ho ottenuto solo un po' di frutta fresca, meglio di niente..), ho seguito Pedro (il mio amico italo portoghese) alla volta di Remate, graziossissimo paesello di pescatori sul lago vicino a Tikal, uno dei templi maya piu' grande e meglio conservato, nel cuore della festa. Sebbene alla dogana, nonostante vari tentativi, non siamo riusciti a fuggire alla tangente d'ingresso (comunque meno di due euro, poco male), il paese si e' subito dimostrato vitale e ospitale: abbiamo aspettato il minibus alla stazione di Flores per andare a Remate, chiacchierando coi vari conducenti, tutti socievoli e disponibili; poi, finalmente, dopo un lungo girovagare per mercati a raccattare passeggeri (alla fine eravamo in ventidue su tre file, si sarebbe potuto fare una partita ufficiale di calcio...), giungiamo al nostro piccolo paradiso lacustre. Abbiamo visitato Tikal, di cui mi ero perdutamente innamorato quindici anni fa e da cui sono stato nuovamente sedotto, e poi ci siamo goduti i bagni nelle calde acque del lago, in cui famelici pesciolini hanno abbondantemente pasteggiato con la pelle secca della mia schiena. Alla fine, siamo rimasti quattro giorni, trincando squisita Gallo cerveza e rimpinzandoci come maiali, specie a colazione (uova, formaggio, fagioli, cipolle, tortillas.. una meraviglia!). Purtroppo le scellerate scelte di chi vende fuoriclassi per comprarsi avvocati e prostitute mi hanno costretto ad assistere ad una tragedia di proporzioni bibliche, ma fortunatamente, dopo aver impietosito tutto il bar con le mi smorfie ed essermi scolato un litro e mezzo di birra, sono stato rinfrancato (ed ho smaltito la sbornia..) grazie alle calde acque del lago ed alle chiacchiere coi socievoli gestori della nostra piccola cabanha.
Oggi ci siamo goduti l'ultima giornata di relax e poco fa Pedro e' ripartito alla volta di Citta' del Guatemala, una delle varie tappe del suo bellissimo viaggio fino al Cile (invidia...). Io, piu' prosaicamente, rientrero' in Messico, domattina, via fiume, per gustarmi un po' di Chiapas e cominciare la lenta risalita verso nord, fino a Citta' del Messico. Ovviamente il bus e' alle cinque, dunque mi faro' l'ultimo bagnetto, mi godro' per l'ultima volta il tramonta dall'amaca e poi andro' a dormire. Vi riaggiornero' dal Chiapas!
martedì 25 agosto 2009
New Orleans, Houston e poi Yucatan
Vi scrivo da un internet cafe´prima di rituffarmi nelle calde acque caraibiche e godermi l´ultimo giorno di relax a Tulum, nello Yucatan! Avendovi lasciato nel ciclone a New Orleans, un piccolo riassunto e' d'obbligo..
A New Orleans abbiamo passato due bellissimi giorni: il centro francese della citta', fatto di colorate casette coloniali, e' veramente delizioso e l'atmosfera molto suggestiva. Graziosi caffe´ ricchi di dolcetti succulenti si alternano a mercatini con frutti di mare piccanti, mentre nell'aria si diffondono la musica dei sassofonisti che suonano dal vivo e l'aroma delle spezie piccanti che caratterizzano la cucina locale. Per un'anima poco avvezza alla musica come la mia, questo secondo aspetto e' stato sicuramente piu' importante: se, in generale, l'odore di spezia nell'aria e' ben piu' suggestivo del pur succulento aroma di fritto che si respira nelle principali citta' americane, la ricomparsa di alimenti come riso e fagioli nella nostra monotona dieta di hamburger e affini e' stata un gran sollievo e nel mercato della citta' ho potuto anche gustare una salsiccia di alligatore (in realta' il sapore della carne, morbida e rosa chiara, era poco valorizzato dal quantitativo di spezie con cui era condita..) ed il jumbo, uno spezzatino di riso e frutti di mare reso particolare dall'okra, ortaggio africano di cui ignoravo l'esistenza fino alla scorsa estate e portato in Louisiana dalle orde di schiavi negri giunte ai tempi d'oro della coltivazione del cotone.
Avevo gia' notato come le citta' americane tendano ad essere "a tema": a Nashville dominava ovunque il country, a Memphis in ogni locale si aggirava il fantasma di Elvis. Se anche a New Orleans e' difficile non sentire Jazz per piu' di un isolato, il tutto e' meno opprimente e artificioso di quanto non lo fosse stato nelle altre citta' e tra i sassofonisti di strada di giorno e le band nei locali la sera, ascoltare la musica e' sempre un piacere. La via dei locali di questa citta', la sera, e' un ininterrotto susseguirsi di concerti di musica dal vivo, con una netta predominanza di jazz e blues, e storme di gente che si aggirano ebbre da un posto all'altro.. considerato quanto gli amministratori nostrani rompano le palle tutte le estate per "la movida" alle colonne, non oso immaginare cosa farebbero semmai si organizzassero serate del genere! Da segnalare vari e goffi abbordaggi alle nostre ragazze di ubriaconi d'ogni razza ed eta, prontamente sventati dalla mia usuale strategia difensiva (lasciare la matassa a loro e ridere..).
Dopo un paio di serate a base di musica e birra, abbiamo dovuto abbandonare questo piccolo gioiellino piu' caraibico che americano e siamo partiti alla volta di Houston, Texas, ove ci aspettava l'aereo per Cancun. Paradossalmente riprendere la macchina per un giorno ci costava come affidarci ai mezzi pubblici (ci sara' un perche' se non gli usa nessuno, qui..), cosi', allaguida di un altro possente mezzo americano, abbiamo lasciato la terra dei balli e della buona cucina per recarci nel piu' austero Texas lungo la hiigway10, una lunga e larga striscia d'asfalto che taglia il sud dalla Florida alla California. Attraverso spettacolari viadotti abbiamo superato la zona delle paludi e varcato per l'ultima volta il Mississippi, prima di portarci nel piu' arido Texas, che ci ha comunque accolto con un diluvio tropicale. Abbiamo provato a girare un po' il maestoso e congestionato downtown di Houston, ma, dopo essere stati subito richiamati all'ordine da una pattuglia di polizia per una manovra che io nemmeno avrei considerato un'infrazione (non ho svoltato, su una strada totalmente deserta, pur essendo sulla corsia di svolta a destra..), ci siamo rapidamente portati all'aeroporto, intimiditi dall'impressionante militarizzazione della citta' e fiduciosi che in Messico l'atmosfera sarebbe stata diversa.
Cosi', dopo un'inevitabile notte a Cancun (l'aereo atterrava molto tardi) ed un breve viaggio in pullman, eccocci nelle splendide cabanas di Tulum: quattro muri e due letti, ma in mezzo alle palme e alla sabbia bianca di una delle spiagge piu' belle al mondo.. Li' siamo stati raggiunti da Andrea e da due sue amiche e per cinque giorni ci siamo goduti assieme questo paradiso tropicale, alternando coktail e birrette sulla spiaggia a bagni nell'acqua tiepida e celeste dei caraibi. Federica e Francesca sono andate a vedere Uxmal e Chichen Itza, mentre io, fino ad oggi, non ho perso un minuto di spiaggia (ovviamente sono totalmente ustionato..). Dico solo che per cinque giorni non ho mai avuto bisogno di indossare ciabatte o magliette, solo un costume e un asciugamano per spostarmi da un angolo all'altro del paradiso..
Purtroppo, questa breve e indimenticabile parentesi e' ormai agli sgoccioli: domani Federica e Francesca, le mie fedeli compagni da Washington, rientrano in Italia, via New York, mentre le due amiche di Andrea sono ripartite per girarsi lo Yucatan. Andrea e´ in viaggio per Citta' del Messico ed io lo raggiungero' presto, ma dopo varie tappe che ho in mente e sono sicuro apprezzerete! Vi raccontero' prossimamente, ora vado a farmi l'ultimo bagno.
giovedì 13 agosto 2009
On the road da Washington a New Orleans!
In questi giorni di viaggio non ho mai avuto il tempo di aggiornare questo blog, comunque, ormai il viaggione e' finito ed eccomi qua, a New Orleans. Provero' a riassumere un po' una settimana abbondante di avvventure sulle strade degli States.
Dopo esserci calorosamente congedati dalla nostra affetuosa big mama di Washington, abbiamo preso possesso della nostra poderosa Nissan all'autonoleggio. Dato che l'autista supplementare era gratuito per le coppiette, io e Federica ci siamo presentati mano nella mano, atteggiandoci a sposini e persuadendo il voluminoso impiegato dell'Avis sulla sincerita' dei nostri sentimenti.. cosa non si fa per risparmiare un po' di quattrini! Abbiamo attraversato per l'ultima volta il vialone di Washington, con tutte le sue attrattive e poi ci siamo incamminati per strade secondarie verso sud ovest. Dopo aver superato svariati fast food e un imponente mega store d'armi (reclamizzato da un gigantesco orso impagliato..) eccoci giungere all'ingresso della Blue Ridge Parkway, una strada panoramica che percorre per quasi cinquecento miglia le creste degli appalachi, attraverso Virginia e North Carolina. Dopo aver fatto il pieno di informazioni da una gradevole e simpatica vecchina all'ingresso, il pieno di carburante ed il pieno di cibo da una tizia che non sapeva cosa fosse l'Italia ("Italy? What's that??", ha risposto perplesso dopo che le abbiamo dichiarato la nostra nazionalita'..), ci siamo avventurati attraverso questa strada, pronti a sopravvivere per tre giorni tra le dolci vette degli Appalachi.
Se gia' le aspettative erano alte, l'orsacchiotto nero incontrato appena superato l'ingresso ci ha fatto davvero sognare giorni e giorni tra bestie e natura. In realta', incontrare l' orso e' stata un grandissimo colpo di fortuna (per cui tutti gli altri turisti ci hanno parecchio invidiato..), pero' di animali era veramente pieno, soprattutto succulenti cerbiatti, e la natura era veramente spettacolare, con paesaggi incontaminati a perdita d'occhio. Abbiamo passato tre giorni, su quella strada, dormendo in lussuosi alloggi nel parco e contando le stelle, la sera, in mezzo al nulla. Da segnalare uno sfortunato tentativo di cuocerci dei Mash Mellow (delle specie di caramelle appicicose che gli americani arrostiscono sul fuoco..), invariabilmente brucicacchiati e appicicosi, oltreche' non propriamente gustosi, e l'innamoramento delle ragazze per un fascinoso cinquantenne a zonzo su una harley davidson. Dopo un kitchissimo villaggio indiano, pieno di ciarpame d'ogni tipo, e un po' di dollari bruciati al casino, abbiamo abbandonato le nostre amate montagne per incamminarci alla volta delle grandi citta' musicali del Tennesse, Memphis e Nashville.
Appena giunti all'ostello di Nashville, abbiamo subito notato la differenza nella clientela: dopo giorni in cui gli altri turisti erano prevalentemente benestanti americani, bianchi e avanti con gli anni, l'ostello di Nashville era pieno di giovani europei alla ricerca di musica e divertimento. Abbiamo trascorso una serata girando per i numerosi locali della citta', che offrivano birra e musica dal vivo: sebbene Nashville sia considerata la capitale del country, in questi posti si trovava un po' di tutto ed il clima era molto festoso (e anche parecchio trash!). Dopo essere stato anch'io vittima della seduzione di una barista (che voleva solo propinarmi costose Budweiser..), abbiamo abbandonato anche questa citta', per recarci a Memphis, la citta' di Elvis. A me, chiaramente, non importava un fico secco, cosi' mentre le ragazze si godevano la casa del re del Rock (una cosa superpacchiana, ovviamente..), io mi son fatto quattro passi per la cittadina che, come molti posti negli Usa, ad un centro ricco di pittoreschi quartieri al neon alterna enormi distese di zone desolate, abitati perlpoiu' da gente di colore. Ci siamo ritrovati in centro, abbiamo fatto un nuovo carico di provviste (sebbene gustosa, la cucina americana, come potete immaginare, alla lunga stomaca) e ci siamo gustati il primo tramonto su quello che sarebbe poi stato il nostro immancabile compagno di viaggio: il Mississippi.
Lasciata Memphis, abbiamo abbandonato la higway della musica per la numero 61, la higway del blues, puntando decisamente verso sud. Ormai a notte fonda, siamo giunti a Clarksale, Mississippi, dove, purtroppo, la vecchia piantagione riattrezzata a bred and breakfast in cui volevamo dormire era gia' chiusa. Cosi' abbiamo pernottato nel motel piu' brutto e malfrequentato della zona, che, per la mia gioia, costava veramente una miseria! L'indomano abbiamo visitato la splendida piantagione, ricca di oggetti e insegna d'epoca e, su consiglio di alcuni autoctoni molto disponibili, ci siamo avviato attraverso strade secondarie verso Natchez, graziosa cittadina arroccata sul Mississippi. Li' abbiamo pernottato in una splendida residenza d'epoca e ci siamo abboffatti, il mattino seguente, con abbondanti e succulenti piatti della cucina del sud. Poi, dopo aver visitato Natchez, altra graziosa cittadina tutta di splendidi villini coloniali, ci siamo incamminati verso la Louisiana e le sue paludi.
Abbiamo finalmente guadato il Mississippi, su un simpatico ferry sotto il caldo umido e cocente della regione, e ci siamo incamminati verso Beaux Bridge, nel cuore della Cajun county. Viaggiando tra campi di cotone, canna da zucchero e paludi, raggiungiamo il campeggio della cittadina, dove pernottiamo in un grazioso bungalow di legno, nell'attesa dell'escursione alle paludi, l'indomani. La cena si trasforma in uno splendido banchetto, perche' la deliziosa gente della Louisiana si sente in dovere, appresa la lontananza della nostra provenienza, di offrirci leccornie del posto: eccoci, dunque, con salsiccie di maiale e cipolle, granchi e gamberetti, un vero banchetto. La mattina seguente, bissiamo il banchetto a colazione ed eccoci in mezzo alle paludi: con un barchino pilotato da un mastodontico americano, viaggiamo tra fior di loto, alberi e coccodrilli, alcuni veramente mastodontici, un paesaggio veramente splendido! Poi, l'ultimo tratto di strada tra piantagioni ed acquitrini ed eccoci a New Orleans.
Purtroppo, assieme a noi e' giunto a New Orleans un piccolo ciclone, che, sebbene piu' quieto di Katrina, sta funestando il nostro tour con una pioggia ininterrotta. La citta' e' comunque splendida ed il nostro albergo proprio nel cuore del quartiere francese! Sono sicuro che ce la spasseremo qui....
domenica 9 agosto 2009
Washington, e partenza per il grande sud
Washington, in realta', non e' niente di che: costruita ex novo per essere la capitale una volta conquistata l'indipendenza, la citta' e' una vasta distesa di villini monofamiliari, abitati, perlopiu', da afroamericani non proprio benestanti. Avvicinandosi al centro, la qualita' e la dimensione delle case aumenta, il colore delle persone progressivamente si sbianchisce, per poi sfociare nell'immensa distesa dei palazzi governativi: il campidoglio, dove si riunisce il congresso, un enorme prato che porta fino all'obelisco, posto a meta' strada tra il memoriale di Lincoln e la Casa Bianca. Tutto molto bello, ma tutto li!
Il rendez vous con le mie compagne di viaggio ha, stranamente, funzionato e ora sono in loro compagnia. Insieme abbiamo girato tutte queste amenita' capitoline, cercando disperatamente di incontrare Obama (ovviamente, invano..) e rilassandoci, la sera, nel quartiere inn della citta', ricco di locali e ristoranti di varie nazionalita'. Sebbene anche qui il multiculturalismo sia un tratto immancabile e importante, non c'e' l'incredibile varieta' di New York, in cui in ogni vagone della metro trovavi un piccolo mondo in scala (vista la considerazione che hanno gli americani dei mezzi pubblici, piu' terzo che primo mondo, come da noi, del resto..) e, soprattutto, i ristoratori etnici sono mediamente piu' esigenti, cosi' come i miei amati e ipersfruttati chioschi di strada: lo stesso, delizioso hot dog che New York costava un dollaro (e il cui aroma, etereo, irradiava la citta'..) qui ne costa ben tre!
Tuttavia, la citta' e' graziosa, tranquilla e ricca di verda. Come Baltimora, un bel relax dopo i primi, frenetici giorni! Per concludere, oggi abbiamo visitato il cimitero della citta', un'impressionante distesa verde in cui riposano, oltre a Kennedy e consorte, anche i numerosissimi caduti delle ultime guerre yankee: se le aree di Corea e Vietnam fanno impressione per la quantita' e l'eta' dei caduti, l'area dedicata all'Iraq, con tutte quelle bare di ragazzi nati nell'82, '83, addirittura '87, ci ha veramente colpito. Peraltro si sono tenuti ampi spazi disponibili per ingrandire l'area, cosa, diciamo, non proprio di buon auspicio.. Speriamo che l'abbronzato se la cavi un po' meglio di chi l'ha preceduto!
Domattina prendiamo la macchina e partiamo alla volta degli Appalachi, dove ci aspettano natura e paesaggi meravigliosi (si spera). Meta finale del viaggio: New Orleans! Seguiranno aggiornamenti, saluti a tutti.
mercoledì 5 agosto 2009
Le prime tappe: New York e Baltimora
Comunque, che raccontare di questi primi giorni: in primis, mi sono rilassato e divertito un sacco tra Napoli e Roma, ho salutato cari amici che vedo di rado e conosciuto posti splendidi in cui non ero mai stato, come Sorrento o la reggia di Caserta. Cosa ben piu' importante, mi sono rimpinzato di pizze e zuppa di cozze, prevedendo tempi ben piu' miseri all'orizzonte..
Il viaggio e' iniziato nel migliore dei modi: l'aereo era strapieno, cosi', mio malgrado, sono stato trasferito d'ufficio in business class, in una colonia di grezzi italiani accomunati dal mio stesso, fortunato destinato. Cosi', tra Kir Royal (un aperitivo francese a base di champagne che in nove mesi d'erasmus non m'ero mai azzardato ad ordinare, visto il prezzo..), stufato d'agnello e Bordeaux le otto ore di volo tra Londra e New york son volate via in un attimo e su quelle poltrone divine mi sono rifatto della nottataccia accucciato in terra all'aeroporto di Roma Fiumicino (il mio volo partiva alle sette, non c'era altro modo di prenderlo..). E sotto un caldo acquazzone estivo, eccomi a New York.
La dogana statunitense mi faceva un po' di paura, anche perche', stipati nello zaino, stavo contrabbandando illegalmente parmigiano e cantucci. Fortunatamente il funzionario doganale, un certo Casella, e' rimasto entusiasta della mia italianita', ha subito vantato le sue origini napoletane e mi ha chiesto di tradurgli i due inquietanti tatuaggi che aveva sui mastodontici avambracci (le parole "orgoglio" e "rispetto" scritte in italiano in caratteri gotici..), prima di apporre un timbro sul mio passaporto senza fare troppe domande. Cosi', col mio zaino carico di gustose cibarie, ho raggiunto l'angusto ma piacevole ostello di Harlem, da cui ho cominciato la mia esplorazione. Manhattan fa veramente girare la testa ed ho subito scoperto che e' piu' grande di quanto la cantina lasci intendere.. fortunatamente, una fitta ed efficiente rete di mezzi pubblici ha prontamente messo fine alle mie velleita' da pedone e nella settimana di permanenza newyorkese sono riuscito a vedere quasi tutto quello che volevo: i grattacieli di Manhattan, i vicoli di Chinatown e Little Italy, le fabbriche abbandonate del Queens, i panorami della citta' da Brooklin e un bel tramonto giocando con gli scoiattoli a Central Park.
Oltre alla cortesia del doganiere italoamericano, ho avuto varie altre occasioni di riscontrare i vantaggi del multiculturalismo: ad esempio, concedendomi una squisita cenetta a base di zuppa di tagliolini e carne in un economico ristorante vietnamita, rifornendomi regolarmente nei migliori supermercati cinesi, dove tutto costa meno di un dollaro, o acquistando, per il mio viaggio a Baltimora, un biglietto su una lussuosa linea di bus coreana. Insomma, il fatto che ci sia sempre un'etnia piu' sfigata della tua e' l'unica garanzia, in una societa' a capitalismo avanzato, di avere beni e servizi a costi accessibili (chiaramente, se non ci si formalizza troppo sulla qualita'..) e a New York sono veramente rappresentanti tutti i peggiori disgraziati del mondo, al punto che, ormai, Little Italy, o almeno la piccola parte che resiste all'espansione di Chiantown, sta diventando un posto di lusso.
Per congedarmi degnamente da questa splendida citta', l'ultimo giorno mi sono concesso il costoso tour in barca per la statua della liberta'. Oltre al celebre monumento, ho potuto visitare Ellis Island, il punto d'approdo, tra fine ottocento e inizio novecento, delle immense masse di miserabili che sbarcavano per portare avanti l'America svolgendo i lavori piu' schifosi e malpagati. Oggi il punto d'approdo e' divenuto un museo molto interessante che, oltre a mostrare un sacco di documenti d'epoca, tra cui gli immancabili articoli di lungimiranti benpensanti secondo i quali tutti questi migranti avrebbero portato malattie, violenza, delinquenza, usi e costumi destinati a distruggere i solidi valori della vera societa' americana (ossia quei quattro avanzi di galera che avevano sterminato indiani e bisonti e importato negri in saldo per coltivare cotone..), disponeva anche di una banca dati per cercare informazioni su parenti approdati nel nuovo continente. Purtroppo non ho notizie di antenati in eta' tanto remota, dunque, per andare sul sicuro, ho digitato Bortolo Colosio, nome sicuramente molto diffuso all'epoca nella terra natale della mia famiglia. Ho cosi' scoperto che un certo Bortolo Colosio sbarco' nel 1913, chissa' che fine avra' mai fatto.. Comunque, paragonare l'Ellis Island dell'epoca all'odierna Lampedusa mostra tutta la differenza tra una societa' giovane ed in tumultuosa crescita, dunque desiderosa di forze fresche da sfruttare, ed una ormai vecchia e decadente, che si chiude in se' stessa nel suo inesorabile declino..
Con questi edificanti pensieri, mi sono imbarcato alla volta di Baltimora, una volta fiorente citta' portuale e industriale, che oggi cerca di rivalutarsi come localita' turistica e di servizi. Mi ha fatto un certo effetto il contrastro stridente tra il vecchio porto tirato a nuovo per i turisti (e colonizzato da locali dai prezzi impraticabili) ed i casermoni industriali abbandonati, tra cui spuntano grasse taverne piu' popolari. Mi sono pappato un bell'hamburger di granchio (anche col pesce, non si smentiscono mai, gli yankee..), per poi, in serata, provarmi a rifarmi un po' il palatao col primo pasto "sano" da quando sono qui: sushi e una vagonata di deliziosi mirtilli, il tutto acquistato in un supermercato ricco di prelibatezze ittiche della zona (anche se i 4 dollari spesi per il sushi mi fanno pensare che non fosse proprio pesce fresco della baia..). Stamane, per concludere degnamente la visita della citta', ho cercato la casa di Edgar Allan Poe, in una periferia veramente malfrequentata.. In realta' non so nulla di Poe e forsa non ha avuto molto senso l'inquietante scarpinata, ma mi sembrava cortese passare dalla sua casa e visitare una vera zona malfamata. Quando ho visto che, oltretutto, bisognava pure pagare per entrare, me la sono svignata alla svelta!
Ora sono in attesa del treno per Washington, dove la mia avventura solitaria finira' e mi congiungero' con le compagne di viaggio verso il grande sud. Fortunatamente qui, a differenza che da noi, esistono ancora i regionali! A presto