Ciao a tutti,
Dopo lungo e periglioso viaggio, dal Guatemala sono giunto a San Cristobal, nel Chiapas, che mi accingo a lasciare tra un paio d'ore per puntare verso la costa del pacifico. Ma andiamo con ordine e riassumiamo questi giorni.
Dopo essermi congedato da Pedro, in viaggio verso il sud del paese, ero pronto e smaniante per alzarmi all'alba e tornare in Messico, se non che un improvviso e violento attacco di influenza (chissa´se suina o meno) mi ha costretto a tornare sui miei passi: una bella giornata a letto con 39 di febbre, ed un'altra ad aggirarmi irrequieto e malaticcio per il villaggio, smanioso di partire. Fortunatamente l'aspirina e' un grande farmaco e, passati questi due tediosi giorni, ero pronto a raggiungere la frontiera messicana con un aspetto presentabile (o almeno tale da non essere immediatamente respinto come untore..). Mi e' spiaciuto un po' lasciare il Guatemala, che ha confermato l'ottimo ricordo che avevo da quel lontano 1994: si tratta del paese centroamericano in cui e' piu' forte l'eredita' indigena, evidente non solo negli spettacolari templi di Tikal e degli altri siti, ma anche nelle facce delle persone, nei colori e nei motivi degli splendidi tessuti e nella lingua della gente, visto che in tutto il Peten (la regione settentrionale del Guatemala in cui ho viaggiato) e nel Chiapas e' piu' frequente sentir parlare incomprensibili dialetti maya piuttosto che il piu' familiare spagnolo. Fortunatamente, fino a San Cristobal posti e persone sono, tutto sommato, piuttosto simili e la nostalgia per il Guatemala si e' manifestata, finora, solo nella mancanza dell'ottima birra Gallo, comunque ben rimpiazzata, in Messico, dalla celebre Corona!
Alzatomi con il sole, nella fresca foschia mattutina, mi sono sparato la mia ultima colazione guatemalteca (uova, cipolle, fagioli, formaggio e tortillas) per incamminarmi verso Frontera Corozal, villaggetto messicano sul Rio Usumacinta, un putrido fiume il cui corso sancisce la frontiera tra Messico e Guatemala. Il viaggio e' stato indubbiamente avvincente, con autisti di formula uno mancati alla conduzione di sgangherati e stracarichi pullmini su piste sterrate in mezzo alla giungla. Proprio quando sembrava fossi disperso per sempre in mezzo al nulla, ecco apparire dapprima la capanna del controllo passaporti e poi l'Usumacinta, che fluiva pigro e maestoso, disegnando, nel verde della foresta, un profondo solco color caffe' (mi avrebbero dovuto pagare molto per convincermi a fare il bagno..), vivacizzato da una miriade di colorati barchini di legno. Con uno di questi passo dalle due capanne di La Tecnica, Guatemala, alle due e mezzo di Frontera Corozal, Messico. Preso alloggio nella posada piu' sgangherata della citta´(consigliatami dal saggio Andrea, che ci era gia' stato), passo il pomeriggio pigramente appollaiato su un sasso, a contemplare il maestoso corso del fiume. Il villaggio ricorda molto quello in cui vivevo la scorsa estate: solo capanne di legno, alcune attrezzate ad albergo, altre a ristoranti, galline e pecore. Tramontato il sole, piomba l'oscurita' e si va a dormire.
L'indomani avevo in programma di visitare Yaxchimal, un sito maya a circa un'ora di barca da Frontera. Per una volta in cui avrei avuto bisogno come il pane di altri turisti, per dividere le spese del trasporto, ecco che mi trovo ad essere veramente l'unico turista in citta'. Stavo gia' per gettare a spugna, rinunciare ai ruderi e partire per l'altopiano, quando, provvidenziale, arriva un pullmino di un viaggio organizzato da Palenque, carico di turisti freschi. Con rapacita' da sanguisuga mi aggrego a loro e finalmente il prezzo diviene abbordabile.
Le rovine di Yaxchimal sono molto piu' piccole di quelle di Tikal, ma altrettanto suggestive ed alcuni scorci sul fiume, circondati da rumorose scimmie, sono valsi davvero il viaggio. Poi, ripartita la mandria, sono rimasto a chiacchierare con la "guida", un contadino che sa qualche parola di inglese e a tempo perso chiacchiera coi turisti. Assistere all'arrivo e alla ripartenza del viaggio organizzato, comunque, e' stato divertente: la loro presenza ha rianimato, seppur per poco, il posto piu' sonnolento in cui sia mai stato. Dopodiche', un'altra serata tranquilla in questo luogo sperduto, a provare a far due chiacchiere con contadini che di spagnolo ne sapevano meno di me e mangiare l'immancabile pollo alla griglia con riso e fagioli (l'unico piatto disponibile nel villaggio, veramente squisito!) e poi mi metto in viaggio alla volta di Tziscao, un altro piccolo villaggio sull'omonimo lago, gia´nell'altipiano del Chiapas.
Mentre la strada piu' veloce e battuta passerebbe da Palenque, consigliato da Andrea e dalla voglia di cambiare ho deciso di fare la variante piu' originale: la carrettera fronteriza, una strada che, da Frontera, corre parallela alla frontiera col Guatemala fino a una zona di laghi, in cui poi taglia verso l'interno. Per chilometri e chilometri, davvero il nulla, solo foresta e campi di mais. Se, in genere, a viaggiare coi collectivos (minibus scassati e strapieni di ogni genere di uomo, merce, o animale..) bisogna avere una buona dose di pazienza ed ironia, lungo la carrettera fronteriza ho avuto sempre una fortuna incredibile: appena il tempo di finire di mangiare, o affacciarmi gia' sazio sulla strada, ed eccone apparire uno, pronto per caricarmi!
La strada abbandona le grandi foreste tropicali per diventare sempre piu' scoscesa, l'aria si fa fresca e monti e foreste di pine fanno la loro comparsa: eccomi sull'altipiano! Il viaggio e' filato liscio, nonostante gli svariati posti di blocco militare sulla strada (il Chiapas e' stato teatro di una insurrezione indigena armata e da allora tutto il territorio e' presidiato capillarmente dall'esercito) ed il laghetto era proprio un piccolo paradiso, incastonato tra monti e foreste, deserto. Dopo una triste contrattazione da spilorcio, riesco ad ottenere un bungalow bellissimo per meno di cinque euri e, dopo i duri giorni del caldo umido della foresta, posso finalmente dormire come un pascia al fresco dei monti, mangiando ottimo formaggio locale (una specie di ricotta piu' secca e salata) con tortilla. Dopo questa ritemprante tappa, completo definitivamente il viaggio verso San Cristobal, la principale meta turistica della zona, assieme alle rovine di Palenque.
San Cristobal e' una delle citta' piu' importanti del Chiapas, circondata da una miriade di splendidi villaggetti e nel 1994 fu l'epicentro della rivolta zapatista, il cui movimento e' una delle icone dei movimenti contro il neoliberismo e per i diritti delle popolazioni indigene. Per tutte queste ragioni, si tratta del cuore pulsante del Chiapas, o almeno di quello che puo' interessare l'occidentale medio con lo zaino in spalla e un po' di grilli per la testa. La citta´ e´veramente un gioello, splendide case coloniali incaastonate tra le lussureggianti foreste dell'altopiano. Purtroppo, qui piu' che altrove, la stagione delle piogge si prende molto sul serio e da quando sono arrivato non c'e' stato attimo di tregua, neanche a Milano in novembre ho preso tanta acqua.. Ciononostante, mi sono gustato vari caffe e cioccolate calde (dolci e speziati, una meraviglia!) nel baretto sulla piazza principale, oltre a squisite cenette nel ristorante "zapatista" della citta', piuttosto commerciale (sembra un centro sociale..), ma dicono che i ricavati aiutino la lotta e allora, una birra e un enchilada per la causa le prendo volentieri..
Essendo un posto meraviglioso in una zona meravigliosa, la citta' e', inevitabilmente, molto sfruttata a fini commerciali, il che, a volte, risulta un po' sgradevole. Tuttavia, e' sempre un piacere passeggiare per le sue strade e fermarsi nei caffe o tra le bancarelle.
Per finire (e non perdere il bus notturno..), un'ultima riflessione: nei vari autopeana del nostro premier, vengono spesso citati sondaggi secondo cui solo pochi leader al mondo sarebbero piu' amati di Lui e, tra questi, figura sempre (inspiegabilmente, vista la situazione del paese..) il presidente Calderon del Messico. Guardando, ieri sera, la sfidona per la qualificazione ai mondiali tra Messico e Costa Rica, gli spot piu' diffusi non erano quelli delle usuali porcherie americane, bensi' reclame in cui il Presidente Calderon appare sempre sorridente, mentre bacia bambini, inaugura strade o imbocca vecchie decrepite. Perfino durante la partita apparivano strisce che lodavano l'operato del suo governo! Roba da far impallidire Emilio Fede, si fossero viste cose analoghe durante l'ultimo derby, non oso immaginare cosa sarebbe potuto accadere... Comunque, il Nostro vuole sempre primeggiare e appena scoprira' questo trucchetto, agira' subito per superare Calderon e diventare il piu' amato al mondo! Del resto, dal sudamerica notoriamente c'e' da imparare, in fatto di democrazia.... Alla prossima, un abbraccio
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